1955-2011

È morta una delle menti più brillanti e geniali di questo secolo. È morto un uomo la cui visione delle cose, le cui idee e innovazioni sono state scommesse vincenti e di successo, di ispirazione per altri e che hanno cambiato la quotidianità a milioni di persone, e ad un po’ meno il modo di vedere il mondo presente e di immaginare quello futuro. È morto un uomo che ha creato in 56 anni ciò che a molti non riuscirebbe in 560 e l’ha creato dal niente, nel garage di casa sua, armato solo di occhi da sognatore, mente da visionario e capelli lunghi. Di fame e di pazzia, insomma. Si è spento uno dei pochi fari nella notte dei tempi moderni. È morto Steve Jobs.


 

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La Vie En Rose

Il vinile. Il vinile è magia. La musica che ne esce è un abbraccio, un viaggio temporale, un’atmosfera. Il vinile è magia, una magia che parte quando prendi la confezione di cartone, ne osservi i colori e ti da come l’impressione che emani un aroma inodore, qualcosa che è presente nell’aria, qualcosa che avverti. Continua poi quando lo estrai dalla sottilissima busta di carta che lo accoglie, alzi il coperchio del giradischi e lo poni sul piatto. Il vinile. Sembra un oggetto senza tempo, non da l’idea di vecchio né di obsoleto o antico. Sembra qualcosa di alieno, atlantidéo, qualcosa che funziona ma non capisci come. Fatto sta che quando sposti il braccetto e appoggi la puntina sulla sua estremità, aspettando quei quattro secondi scarsi perché inizi la musica ecco, quell’insificante lasso di tempo nell’arco di una giornata ti sembrano minuti, sembra che le lancette dell’orologio naturale si blocchino, fino a quando attacca la musica. Lì ti senti abbracciato, accolto, coccolato. Mentre accogli in te le note che la compongono, se ti concentri solo su di essa, senti del calore che ti prende il viso, come se avessi bevuto un bicchiere di ottimo Chianti schietto troppo alla svelta. Il vinile è un viaggio temporale. Sia che ascolti Jimi Hendrix o Edith Piaf ti trascina in un mondo parallelo, dove sembra che il tempo non abbia importanza, dove non sapresti dire in che anno ti senti o ti sembra di essere, dove non ti importa più niente dei vicini, dei tuoi pensieri, del mondo reale. Il vinile è atmosfera, la musica forse non è perfetta come quella di un cd, ma la senti viva, la senti che freme, che grida, come se quella puntina stesse liberando un’entità incatenata dentro quel disco, che vuole gridare al mondo l’essenza della quale è composta, conscia che in pochi minuti ritornerà imprigionata. È vero, il cd è perfetto, la ‘musica liquida’ anche, ma sono perfezioni ‘morte’. E dinnanzi a delle perfezioni morte preferisco delle imperfezioni vive! (anche se qua posso solo condividere perfezioni morte..)


 

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23

Potranno rubarti ciò che hai, ma non potranno mai rubarti ciò che sei, ammesso che tu non glielo conceda. Questa è stata una delle cose più importanti che ho imparato quest’anno. Comunque l’Ibanez mi manca..

Auguri, Omar.


 

 

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The ‘Strormbringer Device’, pt. 5

<Beh, adesso sai tutto, o meglio, sai ciò che è interessante, il resto sono solo noiosi e sicuramente per te incomprensibili dettagli di livello tecnico!>. Il ragazzo rimase pensieroso; tutto ciò gli sembrava a dir poco impossibile, non aveva mai pensato che qualcuno potesse muovere i fili del mondo come se fosse una di quelle buffe marionette che fanno tanto divertire i bambini proprio sotto i suoi occhi, proprio mentre lui su quel mondo ci viveva e lo viveva. A che punto era veramente arrivata la tecnologia, fin dove si era spinto l’uomo segretamente e all’oscuro delle masse? Perché quella sua vita della quale si era sempre sentito padrone ad un certo punto aveva la sensazione che fosse controllata in remoto da qualcuno? Si sentì nudo, senza un posto in cui nascondersi senza la paura di essere visto, cercando addirittura di controllare i suoi pensieri come se qualcuno fosse in grado di leggere anche quelli. In un attimo nella sua testa si fece un ‘film’ nel quale era in casa ed a un certo punto qualcuno suonava il campanello, lui andava ad aprire e di fronte a lui si trovava due uomini con gli occhiali da sole neri, vestito elegante scuro. Quello che doveva essere il sottoposto con l’auricolare all’orecchio, la faccia da tosto e una fondina piena nella cintura, l’altro invece, che doveva essere il capo, lo fissava anche mentre si toglieva gli occhiali per riporli nella tasca interna della giacca e mentre estraeva da quella sul lato opposto un tesserino di una qualche agenzia governativa. <Sai ragazzo, è da un po’ che ti teniamo d’occhio..>, disse quest’ultimo, <Temo proprio che adesso dovrai seguirci con le buone o con le cattive!>. Non riuscì a continuare la scena e scosse quasi impercettibilmente la testa come per allontanare quel pensiero. L’uomo intanto non gli toglieva lo sguardo di dosso, cercando di percepire ed intercettare i suoi pensieri senza ovviamente riuscirci. Era curioso ed impaziente riguardo a come si sarebbe mosso adesso il ragazzo, adesso che sapeva tutto, adesso che la sua mente aveva ricomposto i tasselli di quello che fino a poco prima era solo un enorme mistero per lui. Poi, d’un tratto, il ragazzo alzò la testa e lo guardò a sua volta chiedendogli: <Sei tu il ‘padre’ di questo macchinario?>. <Diciamo di sì> rispose l’altro <In un certo senso sono quello che ha avuto l’idea, che ha creato il progetto e che si è occupato della parte di sviluppo e costruzione del macchinario. Collaboro con diversi altri scienziati davvero molto bravi, ma seguono comunque le mie direttive, si limitano solo all’utilizzo o alla formazione del nuovo personale>. <Dimmi la verità> chiese ancora il ragazzo <Il movente economico lo posso ben capire, ma davvero c’è dietro un interesse scientifico? Davvero studiate i dati che ricavate a scopo di ricerca o lo fate solo per il senso del potere? No, è per quella sensazione che vi da l’avere quel potere decisionale sugli elementi della Natura, vi piace avere la possibilità di avere il controllo di ciò che altrimenti sarebbe libero ed imprevedibile come un’acquazzone estivo. Vi piace quel god-feeling che vi provoca non solo sapere cosa e dove accadrà, ma soprattutto che siete voi che l’avete creato. È o non è così?>


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The ‘Strormbringer Device’, pt. 4

<Sei davvero sicuro di volerlo sapere, ragazzo?>, disse l’uomo continuando a fissarlo negli occhi come per metterlo alla prova, un tentativo psicologico per provare a cambiare la sua situazione. Questo improvviso e inaspettato contrattaco mentale lasciò un po’ sorpreso il giovane, che dopo qualche momento di titubanza rispose: <Sì, sono deciso, non sono arrivato qui per andarmene con un pugno di mosche, ormai si va fino in fondo!>. <Se le cose stanno così, allora slegami> rispose immediatamente l’altro <e giuro che non opporrò resistenza e ti dirò ciò che desideri>. Un’altro contrattacco. Dopo averci riflettuto un attimo decise di provare a fidarsi di lui anche se non seppe spiegarsi il perché, si avvicinò con cautela e recise il cavo che gli serrava le mani, lasciando che fosse lui a liberarsi i piedi per poter controllare meglio lo svolgersi della situazione. Appena l’uomo si fu liberato, il ragazzo, senza perdere ulteriormente tempo, gli chiese: <Allora? Che cosa ci fanno tutte quelle persone lì sotto, cos’è che fate qui, che razza di posto è questo?!>. L’uomo non rispose subito, lasciò che scorresse un minuto, nel quale decise come si sarebbero svolti i successivi. Ammirava il ragazzo in cuor suo, nella sua spavalderia, nella sua fame di conoscenza; una fame che anche lui ai suoi tempi ricordava di avere e che adesso si era dissolta. E la cosa che gli dette da pensare ancora di più era il fatto che se  ne fosse accordo solo adesso, grazie a quella assurda situazione. Poi all’improvviso cancellò tutti i pensieri dalla sua mente, tornò a guardare gli occhi verdi del ragazzo e iniziò a spiegare: <Quelle persone là sono molto speciali per noi. Nonostante siano di età diverse, sessi diversi, etnie e religioni diverse, c’è una cosa che li accomuna: sono tutti degli inguaribili pessimisti. Tutto secondo loro è sbagliato, parlano sempre di crisi, navigano nei luoghi comuni negativi, pensano che il mondo vada sempre peggio senza rendersi conto che mentre si lamentano non fanno certamente niente per migliorarlo anzi, contribuiscono a mettere in risalto le cose che non funzionano, criticano, distruggono. Non si rendono conto che la mente li aiuta a creare le loro aspettative. Non hanno mai provato a dare fiducia, a incoraggiare, a stimolare qualcuno per migliorarsi o, meno che mai, a migliorare loro stessi. Centottantamila persone, una cosa in comune: il pessimismo.> Il ragazzo, che mai si sarebbe aspettato una spiegazione del genere, dopo un attimo di sbigottimento, continuò il suo interrogatorio: <E come mai hanno quella specie di scolapasta in testa con quei cavi che convogliano in quel trasformatore? A cosa vi servono?>. <Beh, in effetti è molto semplice: noi, tramite quello ‘scolapasta’, assorbiamo il negativo che loro emanano, lo incanaliamo nel trasformatore e lo convertiamo in onde elettromagnetiche ‘speciali’, onde che ci permettono di controllare i fenomeni atmosferici su tutta la Terra, grazie alla grossa parabola, che avrai sicuramente visto, e a dei satelliti in orbita che riflettono queste onde nelle zone di atmosfera e ionosfera che noi preferiamo. Possiamo creare di tutto, da una pioggerellina estiva a monsoni, anticicloni, tempeste, nevicate e quant’altro. Basta solo accumulare più ‘negatività’ nel trasformatore e scegliere come sfruttarla>. Il ragazzo, ancora più perplesso dal continuo della spiegazione, chiese ingenuamente: <Ma..ma, perché lo fate?!>. Lo scienziato non potè che sorridere di fronte a tanta ingenuità e gli disse, quasi in tono paterno: <Perché?! Ma per interessi, ovviamente! Sia monetario che scientifico! Pensa un attimo: quanta gente trarrebbe beneficio se potesse controllare la meteorologia? Raccolti minacciati dalla siccità possono avere la giusta dose di acqua, lotta alla desertificazione che colpisce sempre zone più vaste, persino rallentamento del processo dello scioglimento dei ghiacciai ai due poli, senza considerare i preziosi dati ricavati dal monitoraggio dei soggetti! Questo è il motivo per cui lo facciamo: scienza e denaro! Ci pagano per l’acqua? Diamo loro l’acqua! Ci pagano per la neve, diamo loro la neve! È così che funziona né più, né meno!>. [continua.. per poco!]


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The ‘Strormbringer Device’, pt. 3

Rimase letteralmente di ghiaccio: sotto di lui, in un magazzino enorme c’erano almeno duecentomila persone, tutte adulte e di ambo i sessi e tutte sdraiate su delle chaise longue bianche che creavano uno strano contrasto col grigio-cemento di pareti e pavimento e davano un po’ più di luce ad un ambiente altrimenti plumbeo, con delle lampade circolari decisamente troppo in alto per poter illuminare un luogo così immenso in maniera efficiente. Ma la cosa che davvero lo stupì fu il fatto che sulla testa di ognuno di loro c’era un elmo, per certi aspetti simile ad uno scolapasta, dal quale partiva un fascio di cavi, che andavano poi a confluire tutti insieme in una specie di grande container situato proprio sotto quella sala di comando. Cercò di riordinare le idee, di capire cosa stesse succedendo e cosa volesse dire tutto ciò, ma senza trovare alcuna risposta. Neanche i fogli che aveva in mano quella specie di scienziato gli furono molto d’aiuto; riuscì solo a dedurne che quello che a lui sembrava un container doveva essere in realtà un trasformatore di un qualcosa.. ma cosa? Deciso ad arrivare fino in fondo alla storia prese un bicchier d’acqua dal distributore ed impugnò un tagliacarte dalla scrivania vicina alla parete, uno stiletto ben affilato, andando poi sicuro di sé in direzione dello scienziato, che ancora giaceva privo di sensi. Senza toglierli il bavaglio improvvisato, gli gettò l’acqua sul volto per poi dargli degli schiaffetti sulle guance, nel tentativo di farlo riprendere. Tentativo che riuscì, perché dopo qualche secondo l’uomo, dal quale avrebbe estorto tutte le informazioni che avrebbe voluto, si svegliò rendendosi conto di non essere in una situazione facile e si stava certamente chiedendo come aveva fatto a finire legato come un salame. Vide allora il ragazzo col pugnale in mano ed ebbe come un sussulto, riuscendo comunque a controllare sia nervi che muscoli, resosi conto che sarebbe stato meglio collaborare che lasciarci le penne, tanto il ragazzo di lì non sarebbe certamente uscito vivo! Continuò dunque a guardarlo, aspettando che chi stava brandendo il coltello dalla parte del manico facesse la prima mossa, che non tardò.
<Adesso ti tolgo il bavaglio, ma te bada bene di non urlare, che altrimenti giuro su Dio che ti ammazzo come un cane!>
L’uomo continuò a fissarlo negli occhi per qualche altro secondo poi, con un lento annuire della testa fece capire che poteva procedere.
Il ragazzo allora andò verso di lui con movimenti lenti, come un felino che si avvicina cautamente alla preda e, senza mai distogliere lo sguardo dall’altro e assolutamente senza lasciare il coltello, gli tolse il bavaglio. L’uomo allora prese meglio fiato, respirando avidamente con la bocca, si asciugò il sudore dal viso con la manica della camicia e fece dei lunghi respiri per allentare un po’ la tensione. Passato quel minuto che gli servì per fare tutto ciò guardò di nuovo il ragazzo e, dopo un lungo respiro ad occhi chiusi gli chiese:
<Beh, cos’è che vuoi da me?>
<Vuoi sapere cos’è che voglio? Voglio risposte, voglio sapere cos’è questo posto, cosa ci fanno laggiù quelle persone! Voglio che tu mi dica tutto e senza fare scherzi!>
[continua]


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The ‘Strormbringer Device’, pt. 2

Trattenne il respiro l’attimo esatto che bastava per sentire la serratura scattare e per tirare verso di sé la porta, la quale si aprì silenziosamente senza tradire la sua cauta presenza, e subito la luce del corridoio nel quale era entrato lo abbagliò. Tutto era di un candore quasi surreale: il pavimento in lisce piastrelle bianche rifletteva e rispecchiava la luce al neon che proveniva dal soffitto, e anche le mura erano formate da pannelli bianchi ruvidi. Passò nel giro di pochi istanti dall’adrenalina di prima che entrasse, allo stupore fino a uno stato di distensione, dovuto da quell’ambiente monocromatico che nonostante l’avesse calmato, gli aveva fatto subentrare anche un po’ di disagio. Proseguì lungo il corridoio che sembrava interminabile, mentre si sentiva quasi mancare l’aria da quel soffitto basso e dalla mancanza di qualsiasi punto di riferimento. Passò noncurante accanto a una decina di porte senza porsi domande, dentro di sé semplicemente sentiva che in nessuna di esse c’era ciò che cercava finché, dopo aver percorso tutto il corridoio nella sua lunghezza, si trovò di fronte a un bivio. Un fottutissimo bivio. Una visione pratica e tangibile delle frazioni della vita in cui si devono fare scelte, scelte impossibili da procrastinare quando sei lì, da prendere sul momento, o destra o sinistra, non ci sono vie di mezzo sulle quali soffermarsi. Dopo aver dato un’occhiata in entrambe le direzioni ed essendosi reso conto che vi erano altri due corridoi medesimi, decise di ricorrere al vecchio metodo della moneta. Testa sinistra, croce destra. La lanciò per aria riprendendola al volo, posandola ancora celata sul palmo dell’altra mano, andando poi a scoprire lentamente una testa. Fece per andare a sinistra quando si bloccò: ancora una volta, nella sua vita, si era lasciato guidare dalla sorte, era stato incapace di prendere una decisione sua e l’aveva lasciato fare a qualcos’altro, ad una fredda ed addirittura inanimata moneta, che però in quell’istante era valsa più di lui, preda dell’indecisione. Scelse perciò di rimescolare le carte e fare di testa sua, andando a destra, camminando in quel corridoio che era una copia praticamente esatta del precedente e che tanto sembrava quello di un ospedale. Notò con sollievo che questo non era molto lungo e che in fondo ad esso vi era una scala per il piano superiore, anch’essa coi gradini color bianco lucido, che l’avevano celata ai suoi occhi, complice tutto quello psichedelico e freddo gioco di riflessi. Con ancora più sollievo vide che prima delle scale vi era un cartello che recitava la scritta ‘Stormbringer Device, to Main Terminal’. Salì le scale d’un fiato e si trovò innanzi ad una porta (no, stavolta non bianca bensì nera, tiè!), soffermandosi a guardare dalla serratura prima di entrare; vide solo monitor, computer e quella che sembrava essere una parete a vetri. Entrò con cautela e si accorse di un uomo in camice innanzi a lui che gli dava la schiena e che stava trafficando con delle carte che avevano l’aria di essere progetti o qualche tipo di schema. Deciso che non poteva correre il rischio di essere visto, prese da un tavolino di fianco a lui un piccolo, ma pesante fermacarte e colpì il pover uomo sulla testa, troppo indaffarato per rendersi conto di ciò che accadeva dietro di lui, che perse i sensi. Dopo averlo accoppato si convinse che era una buona idea legarlo e imbavagliarlo, per evitare qualsiasi tipo di problemi; si mise il suo camice, gli legò mani e piedi con dei cavi elettrici staccati senza troppi complimenti da due monitor, finendo poi l’opera imbavagliandolo con quello che doveva essere uno strofinaccio degli addetti alle pulizie che aveva trovato aprendo un armadietto. Si sentiva fiero di sé, si era lasciato guidare dall’istinto, agendo immediatamente alla vista dell’uomo e si compiaque nel vederlo inerme e immobilizzato, liberando una primordialità quasi selvaggia, come se avesse cacciato una preda con trionfante successo, una vittoria schiacciante. Tornò poi alla ragione e alla freddezza, e si avvicinò alla parete a vetri, assecondando stavolta un’altro istinto primordiale, quello della curiosità. [continua]


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The ‘Strormbringer Device’

Tutti i giorni , mentre tornava a casa da scuola, passava di lì, davanti a quell’enorme complesso industriale e, come tutti gli altri giorni, si trovò a fantasticare su cosa ci fosse dentro. Forse era una centrale elettrica, o una fabbrica di mobili , magari una fonderia. Fatto sta che era tanto imponente quanto sinistra, gli dava come l’impressione che fosse un posto con dei segreti, qualcosa talmente sotto gli occhi di tutti che proprio per quello passava inosservata. Eppure nonostante l’immensità di quell’edificio, gli sembrò strano che ci fosse così poco movimento nel piazzale ed al cancello d’entrata, munito di una inquietante garitta con un’ancor più inquietante guardia armata. La notte quasi non riuscì a chiudere occhio pensandoci e decise che quella successiva avrebbe provato ad entrarci. Gli venne come un istinto, un bisogno di conoscenza che neanche lui avrebbe potuto spiegare, ma che non avrebbe comunque potuto fermare; decise perciò di assecondarlo. L’indomani perciò, fece finta di chiudersi in camera per studiare, uscì dalla finestra e si diresse verso la fantomatica fabbrica, deciso che se ci fosse stato davvero qualcosa di segreto ed occulto lui l’avrebbe scoperto, non tanto per il bene comune ma per puro desiderio personale. Arrivò perciò ad un centinaio di metri dal cancello principale, con la minacciosa guardia sempre vigile; decise dunque di costeggiare il muro di cinta per cercare un possibile varco, un insperato aiuto per poter intrufolarsi. Notò ad un certo punto, sul lato opposto a quello che dava sulla strada, un diroccamento nel muro, che gli operai avevano momentaneamente rattoppato con una rete di metallo. Non sarebbe certo stato un problema per lui scavalcarla, agilissimo come un gatto nonostante la sua altezza sopra la media. Appena sceso a terra si nascose subito dietro ad un cespuglio, deciso a scrutare bene i dintorni prima di procedere, nonché per decidere un piano di azione. Avvicinandosi di più alla struttura, vide in un enorme piazzale un altrettanto enorme antenna parabolica, puntata quasi perpendicolarmente verso il cielo e un brivido, oltre ad un sorriso appena accennato, gli vennero spontanei: allora era vero che c’era qualcosa di strano, qualcosa di losco ed occulto in quel posto! Si avvicinò ancora, arrivando a poche decine di metri dall’entrata principale, una porta a vetri dalla quale si intravedeva una reception semi-illuminata, ma aspettò a procedere, essendosi accorto di una guardia con un cane il lontananza. Decretato che non sarebbe stata una minaccia, si coprì la testa con il cappuccio della felpa, in modo da essere meno identificabile in caso di telecamere o se le cose si fossero messe male. Più della parete a vetri sulla quale risaltava la scritta ‘Wheater Inc.’ però, fu attratto da una porta antipanico all’estremità del muro di facciata, posto meno illuminato e sicuramente meno sorvegliato. Arrivò davanti alla porta e venne accolto dai pensieri: la sua mano, fino ad un istante prima veloce e decisa si bloccò sulla maniglia; e se fosse scattato l’allarme, o se fosse stata chiusa? Una volta entrato come sarebbe uscito? Ma soprattutto: era un sogno o stava davvero vivendo tutto ciò? Ma ormai era lì, perché tornare indietro? Questa fu la risposta che si diede nell’istante esatto in cui girò di scatto la maniglia, mentre gocce di sudore freddo gli tergevano la fronte e le guance. [continua..]


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Melting Pot

Adoro il cambio manuale, prenderò un cucciolo di malamute e di certosino quando avrò la mia casa con giardino, la reperibilità mi fa sentire vivo, mi piace lavorare mentre il 70% di Milano è in ferie, ho ripreso a suonare la mia grx70, ho preso un giradischi vintage e mi sono comprato i primi 4 lp: ‘Live At Monterey’, ‘Electric Ladyland’, ‘Valleys Of Neptune’ e ‘Mother’s Milk’, ai quali presto si aggiungeranno ‘Wish You Were Here’, ‘Dark Side Of The Moon’, ‘Animals’ in edizione speciale rosa a tiratura limitata e il box con copertina damascata di Edith Piaf da 10 vinili,  a settembre mi aspetta l’Oktoberfest, il rispetto si guadagna, la notte la coscienza mi fa dormire bene, ho scoperto che mi piacciono le angurie, chi beve solo acqua ha qualcosa da nascondere, sono stato a Campovolo ma mi sono perso i Deep Purple perché non avevo un euro in tasca, se Dio esiste gli piaccio, se non esiste vuol dire che sono felice per i cazzi miei, l’ultima settimana di agosto iniziano i lavori per riparare la Mini, ho imparato a suonare ‘The Sound Of Silence’ e ‘Smoke On The Water’ ma non so fare neanche un accordo, ho soffiato un tarassaco senza esprimere un desiderio perché non ho niente da chiedere e tutto da ottenere, questa jam session dei Deep Purple mi manda fuori di testa, gli stranieri a Milano sono meglio di tanti italiani, il mondo non finirà nel 2012 perché altrimenti dovrei scappare sulla Luna, il Governo non ti cambia il portafoglio, per essere liberi basta sentirsici, se le zanzare mi pinzano muoiono avvelenate, non sono passato ma sto ancora passando, ogni pazzo ha una visione del mondo perfetta a modo suo, tanta gente è troppo nervosa e un motivo ci deve pur essere, ognuno è strano agli occhi degli altri, quando non sai da che parte iniziare a dire ciò che vuoi parti da una cosa e il resto vien da sé.


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Come On

Beh, d’accordo che è quasi mezzanotte e che sono tornato adesso da lavorare (maledetta reperibilità) però avevo promesso che avrei postato e post sarà, poffarbacco! Comunque sia niente di impegnato, solo una canzoncina veloce veloce e poi vado a nanna. Buon venerdì con Jimi e la sua ‘Come On, pt.1′!


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